WebDoc

Questo è il mio primo articolo pubblicato su un vero giornale in carta e inchiostro: Fatti al Cubo.

Sin dall’alba dei tempi le nuove tecnologie hanno plasmato lo stile di vita di interi popoli. Ad ogni epoca la propria rivoluzione. Basti pensare all’invenzione della scrittura e della carta che hanno trasformato il modo di diffondere il proprio pensiero e soprattutto di renderlo persistente.

La rivoluzione tecnologica è un fenomeno contingente, figlia del proprio tempo. Oggigiorno, se parliamo di nuove tecnologie, probabilmente pensiamo ad internet o in particolare al World Wide Web. La sua evoluzione è stata tanto rapida quanto in continua ascesa. Si è passati dalle semplici vetrine online a portali ricchi di servizi, web log, social network e quant’altro.

Quello di cui vi voglio parlare va sotto il nome di Web Documentary, o Webdoc in breve. Il termine è autoesplicativo, si tratta proprio di documentari web. L’aggettivo però non sta ad indicare il mezzo trsmissivo. In parole povere il Webdoc non è il classico documentario trasmesso in streaming sulla rete. Ora che sappiamo cosa non è, vediamo nel dettaglio in cosa consiste. Il webdoc è un vero e proprio prodotto editoriale che sfrutta il web per arricchire la narrazione documentaristica di nuovi contenuti multimediali, dando all’utente la possibilità di interagire, cambiare le dinamiche del racconto e soprattutto decidere cosa guardare e in che modo. La forza dei webdoc risiede proprio in questo. Non è il documentario a guidare l’ascoltatore, ma è l’ascoltatore che diventa utente e decide in autonomia. È un po’ quello che sta accadendo oggi con la nostra televisione, intesa non più come lo scatolo posto in ogni casa davanti al quale le persone stazionano e assorbono passivamente ciò che dice, ma come un prodotto che esiste indipendentemente dal mezzo tramite il quale viene fruito. Ne è un esempio lampante Servizio Pubblico.

Quello dei webdoc è ancora un fenomeno emergente. Vanno per la maggiore produzioni indipendenti. In Italia ancora non se ne parla molto, tranne che in eventi specializzati come il Trancemedia Bridge, organizzato dalla FERT (Filming with a European Regard in Turin), un’associazione di produttori indipendenti con sede a Torino. Se siete curiosi e volete provare con mano di cosa si tratta, posso consigliarne due che ho avuto modo di vedere e sono particolarmente interessanti.

Prison Valley

Prison Valley

Uno si chiama Prison Valley (http://prisonvalley.arte.tv) di David Dufresne e Philippe Brault. Il racconto è incentrato sull’industria penitenziaria, cuore pulsante di Canon City, un’area di 36.000 abitanti conosciuta con lo pseudonimo di Prison Valley. Una città nel bel mezzo del Colorado (USA) il cui tessuto urbano comprende 13 prigioni, di cui una di massima sicurezza, soprannominata la nuova “Alcatraz” d’America. Un’industria sempre fiorente che non sente la morsa della recessione.

Journey to the end of coal

Journey to the end of coal

Journey to the end of coal (http://www.honkytonk.fr/index.php/webdoc) di Samuel Bollendorf e Abel Ségrétin, è invece un webdoc che indaga sulla produzione di carbone in Cina. La narrazione è strutturata in prima persona e permette all’utente di vestire i panni di due giornalisti, che in partenza dalla stazione di Beijing, raggiungono la provincia di Shanxi per incontrare “coloro che contribuiscono ogni giorno al miracolo economico del proprio Paese” a scapito della propria incolumità. Ovvero, i minatori delle miniere di carbone. Durante il racconto è l’utente che sceglie quali domande fare e quali posti visitare.

Se sarà la nuova rivoluzione o semplicemente un fenomeno passeggero lo vedremo con il tempo, per il momento vi posso augurare una buona visione.

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